La ginestra o il fiore del deserto, G Leopardi

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Content: B3 T 46
B3 T 46 Giacomo Leopardi Canti in Tutte le opere, a cura di F. Flora, Mondadori, Milano, 1968
La ginestra o il fiore del deserto
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L a lirica fu composta da Leopardi nel 1836 nelLa Villa Ferrigni di Torre dEl Greco (davanti all'abitazione si ergeva il Vesuvio) e apparve postuma nell'edizione dei Canti del 1845, pubblicata da Ranieri a Firenze. Forma metrica: canzone composta di sette strofe libere, con 183 endecasillabi e 134 settenari variamente alternati; ciascuna strofa и chiusa da rima e da verso endecasillabo.
Kai; hgj apv hsan oiJ an[ qrwpoi mal` lon to; skotv o" h] to; fw"`
* E gli uomini... la luce: il versetto evangelico sottolinea la polemica contro le idee dell'epoca (vv. 80-83): gli uomini che seguono le concezioni spiritualistiche e ottimistiche preferiscono la menzogna (le tenebre) alla veritа (la luce), cioи alla consapevolezza della propria tragica condizione. 1-51. Sulla schiena priva di vegetazione del temibile Vesuvio (formidabil monte) distruttore spaventevole (latinismo da formido, "spavento") non allietata da nessun altro albero o fiore, tu diffondi i tuoi cespugli, profumata ginestra, contenta di fiorire in luoghi solitari. Ti vidi anche un'altra volta abbellire con i tuoi steli le contrade solitarie (erme contrade) che circondano Roma, un tempo dominatrice (donna) di popoli, e che con il loro aspetto maestoso sembrano testimoniare e ricor-
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce* (Giovanni, III, 19) Q Qui su l'arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null'altro allegra arbor nй fiore, 5 tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de' tuoi steli abbellir l'erme contrade che cingon la cittade 10 la qual fu donna de' mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi 15 lochi e dal mondo abbandonati amante, e d'afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell'impietrata lava, 20 che sotto i passi al peregrin risona; dove s'annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio;
dare al viandante (faccian fede e ricordo al passeggero) la trascorsa potenza dell'impero. Ora ti rivedo qui sulle pendici del Vesuvio, o ginestra, amica di luoghi tristi e abbandonati dalla gente e compagna di grandezze crollate. Le immagini di un mondo di morte ­ i campi cosparsi di ceneri sterili (ceneri infeconde) e ricoperti di lava solidificata, che risuona sotto i passi del passeggero, dove si annida e contorce il serpente, e dove il coniglio ritorna alla abituale tana sotterranea ­ contrastano con quelle di vita di un passato lieto e ameno, quando c'erAno VIllaggi prosperi e terreni coltivati,
spighe biondeggianti e muggiti di armenti, giardini e ville sontuose che offrirono gradita ospitalitа agli ozi dei patrizi romani, e cittа famose, che l'altero Vesuvio (l'altero monte), eruttando fuoco dal cratere (fulminando), sommerse con i suoi torrenti di lava. Ora le rovine circondano il paesaggio desolato dove tu solo stai, o fiore gentile, e, quasi mostrando compassione per le sciagure altrui, diffondi un dolcissimo profumo che sale verso il cielo e che consola questa terra di desolazione. Venga su queste pendici colui che и solito lodare la condizione umana e veda quanto il genere
umano sia caro all'amorosa natura. Qui potrа anche valutare la potenza del genere umano che La natura, crudele nutrice, quando esso (l'uman seme) meno se l'aspetta, con una lieve scossa puт in parte distruggere, o addirittura annientare del tutto, con movimenti appena piщ forti (in seguito si farа riferimento all'eruzione che nel 79 d.C. distrusse Pompei, Ercolano e Stabia). In questi luoghi si possono vedere come dipinte in un quadro le sorti grandiose ed in continuo progresso dell'umanitа (Le magnifiche sorti e progressive: il verso si appropria sarcasticamente di una frase tratta dalla dedica
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che Terenzio Mamiani [letterato e patriota, cugino di Leopardi e seguace delle idee ottimistiche e spiritualistiche del secolo] dettт per i suoi Inni sacri, 1832). 52-86. Vieni a guardare e a verificare le tue certezze in questi luoghi, o secolo presuntuoso e stolto, che hai lasciato la via percorsa fino ad ora dal pensiero risorto (con il Rinascimento) e, volti i passi nella direzione opposta, esalti il ritorno alle dottrine del passato e lo definisci progresso! Tutti i dotti nati per loro sventura in questo secolo (letteralmente: "dei quali la loro malasorte ti fece padre"), adulano il tuo infantile modo di ragionare, benchй talvolta nel loro intimo ti deridano. Ma io non scenderт nella tomba con una vergogna simile, anzi piuttosto mostrerт nel modo piщ evidente il disprezzo che nei tuoi confronti (di te) nutro dal profondo dell'animo, benchй sappia che и condannato all'oblio chi vuol troppo dispiacere ai suoi contemporanei, avversandoli. Di questo oblio, che avrт in comune con te, o secolo mio, fin da ora mi beffo.
fur liete ville e colti, 25 e biondeggiаr di spiche, e risonaro di muggito d'armenti; fur giardini e palagi, agli ozi de' potenti gradito ospizio; e fur cittа famose, 30 che coi torrenti suoi l'altero monte dall'ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, dove tu siedi, o fior gentile, e quasi 35 i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A queste piagge venga colui che d'esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto 40 и il gener nostro in cura all'amante natura. E la possanza qui con giusta misura anco estimar potrа dell'uman seme, cui la dura nutrice, ov'ei men teme, 45 con lieve moto in un momento annulla in parte, e puт con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. Dipinte in queste rive 50 son dell'umana gente le magnifiche sorti e progressive. Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, che il calle insino allora 55 dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e volti addietro i passi, del ritornar ti vanti, e procedere il chiami. Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti, 60 di cui lor sorte rea padre ti fece, vanno adulando, ancora ch'a ludibrio talora t'abbian fra se. Non io con tal vergogna scenderт sotterra; 65 ma il disprezzo piuttosto che si serra di te nel petto mio, mostrato avrт quanto si possa aperto: ben ch'io sappia che obblio preme chi troppo all'etа propria increbbe. 70 Di questo mal, che teco mi fia comune, assai finor mi rido.
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B3
Libertа vai sognando, e servo a un tempo
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vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
75 della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltа, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Cosм ti spiacque il vero
dell'aspra sorte e del depresso loco
80 che natura ci diи. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
85 che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Tu, mentre sogni la libertа, al tempo stesso vuoi asservire di nuovo il pensiero (razionalista), il solo che ha consentito l'affrancamento dalla barbarie medioevale e che sollecita lo sviluppo della civiltа, che sola puт guidare il destino umano (cioи il progresso dei popoli, i pubblici fati). Cosм non volesti considerare con coraggio la veritа, ossia l'asprezza delle sorti umane e la bassa condizione che la natura ci ha assegnato nell'universo. Per questo volgesti pauroso le spalle alla luce della ragione (si ricordi il versetto di san Giovanni interpretato in chiave illuministico-razionalista), che aveva svelato queste veritа; e pur fuggendo, chiami vile chi ancora segue queste dottrine e chiami magnanimo solamente
Uom di povero stato e membra inferme che sia dell'alma generoso ed alto, non chiama se nй stima 90 ricco d'or nй gagliardo, e di splendida vita o di valente persona infra la gente non fa risibil mostra; ma se di forza e di tesor mendico 95 lascia parer senza vergogna, e noma parlando, apertamente, e di sue cose fa stima al vero uguale. Magnanimo animale non credo io giа, ma stolto, 100 quel che nato a perir, nutrito in pene, dice, a goder son fatto, e di fetido orgoglio empie le carte, eccelsi fati e nove felicitа, quali il ciel tutto ignora, 105 non pur quest'orbe, promettendo in terra a popoli che un'onda di mar commosso, un fiato d'aura maligna, un sotterraneo crollo distrugge sм, che avanza 110 a gran pena di lor la rimembranza.
colui che, con astuzia o con follia, illudendo gli altri e se stesso, esalta (estolle) sconsideratamente la condizione dell'uomo, seguendo le dottrine ottimistiche. 71. Libertа vai sognando: il verso ne ricorda uno analogo della Commedia di Dante (Purgatorio, I, 71: Libertа va cercando, ch'и sм cara). 87-157. Un uomo povero e malato continua il poeta "ma generoso e nobile (alto), non si proclama o si ritiene ricco nй
forte, nй ostenta in modo ridicolo (risibil mostra) fra gli altri una vita splendida o un corpo robusto; ma, senza vergognarsene, non nasconde d'esser povero di forza e di ricchezze, e tale si dichiara apertamente, giudicando secondo veritа il proprio stato (и dunque magnanimo l'uomo che riconosce la propria misera condizione nell'universo e la sopporta con dignitа). Non altrettanto magnanimo, bensм stupido и quell'uomo
(animale) che, nato per morire e cresciuto tra gli affanni, dice che и nato per godere e riempie i suoi scritti di nauseante orgoglio, promettendo destini meravigliosi e straordinarie felicitа, ignoti non solo alla terra ma anche al cielo, a popoli che un maremoto (un'onda di mar commosso), una pestilenza (un fiato d'aura maligna), un terremoto (un sotterraneo crollo) possono distruggere in modo che a stento ne rimane il ricordo.
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Nobil natura и quella
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che a sollevar s'ardisce
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gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
115 nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, nй gli odii e l'ire
120 fraterne, ancor piщ gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dа la colpa a quella
che veramente и rea, che de' mortali
125 madre и di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome и il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia,
130 tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
135 delLa guerra comune. Ed alle offese
dell'uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cosм qual fora in campo
cinto d'oste contraria, in sul piщ vivo
140 incalzar degli assalti,
gl'inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
145 Cosм fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell'orror che primo
contro l'empia natura
strinse i mortali in social catena,
Nobile natura и quella di colui che ha il coraggio di guardare in faccia il destino umano, e che con sinceritа, non sottraendo nulla alla veritа, riconosce la sorte dolorosa e l'insignificante e fragile condizione che ci furono assegnate; nobile natura и quella di colui che si mostra grande e forte nel soffrire, che non ritiene responsabile delle sue sciagure gli altri uomini, aggiungendo alle sue giа numerose sventure odio e ira
tra fratelli, ossia un danno ancora peggiore, ma attribuisce la colpa a colei che и la vera responsabile, che и madre degli uomini, perchй li ha generati, ma, per come si comporta nei loro confronti, и da considerarsi come una matrigna. L'uomo nobile considera la natura (Costei, v. 126) una nemica, pensando, come del resto и, che la societа umana si sia unita e organizzata all'origine (in pria) per combattere la natura e considera
(estima) alleati fra loro tutti gli uomini, e abbraccia tutti con vero amore, prestando valido e sollecito aiuto (aita) negli alterni pericoli e nelle difficoltа della guerra comune. L'uomo nobile и quello che ritiene azione sciocca ed empia armare la propria mano per offendere altri uomini ed ostacolare i propri vicini, cosм come sarebbe (fora) stolto in un accampamento assediato dal nemico (cinto d'oste contraria) nel momento in
cui gli attacchi sono piщ violenti, dimenticandosi del nemico, iniziare crudeli lotte (acerbe gare) e seminare panico (sparger fuga) tra i propri compagni. Quando questi principi saranno evidenti al popolo, affermandosi pienamente, come lo furono agli inizi dell'umanitа, e quando quella paura dei pericoli naturali, che all'origine spinse gli uomini a stringersi in societа (social catena) contro la crudele natura,
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B3
150 fia ricondotto in parte
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da verace saper, l'onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
155 ove fondata probitа del volgo
cosм star suole in piede
quale star puт quel c'ha in error la sede.
[La quarta strofa del canto (vv. 158-201) con un'arcana visione di spazi cosmici, ripropone l'inquietante consapevolezza di una solitudine desolata, di un mondo umano piccolo e limitato se confrontato con la vastitа dell'universo. La contemplazione di questo vuoto affascinante e terribile и tutt'altro che idillica, ma vuole affrontare razionalmente il mistero dell'universo. Ne deriva una ripresa polemica del poeta contro la visibile assurditа delle ideologie ottimistiche, che credono l'uomo signore dell'universo e "favoleggiano" sulle divinitа che scendono sulla terra, per conversare con gli uomini.]
[La quinta strofa (vv. 202-236) sviluppa la similitudine fra la rovina di un formicaio devastato dalla caduta d'un pomo e la distruzione di Ercolano e Pompei. La natura, nella sua assoluta indifferenza, non si cura dell'uomo come non si cura delle formiche: un pomo schiaccia un formicaio, l'eruzione vulcanica distrugge prospere cittа.]
Ben mille ed ottocento anni varcаr poi che spariro, oppressi dall'ignea forza, i popolati seggi, 240 e il villanello intento ai vigneti, che a stento in questi campi nutre la morta zolla e incenerita, ancor leva lo sguardo sospettoso alla vetta 245 fatal, che nulla mai fatta piщ mite ancor siede tremenda, ancor minaccia a lui strage ed ai figli ed agli averi lor poverelli. E spesso il meschino in sul tetto 250 dell'ostel villereccio, alla vagante aura giacendo tutta notte insonne e balzando piщ volte, esplora il corso del temuto bollor, che si riversa dall'inesausto grembo 255 su l'arenoso dorso, a cui riluce di Capri la marina e di Napoli il porto e Mergellina. E se appressar lo vede, o se nel cupo del domestico pozzo ode mai l'acqua
sarа ripristinata da una filosofia fondata sul vero, allora l'onestа e la rettitudine nella convivenza civile (conversar cittadino), il senso della giustizia e la pietа avranno ben altro fondamento che non fantasie superbe (superbe fole, perchй hanno l'illusione di rendere l'uomo felice), sulle quali l'onestа umana si regge precaria-
mente, come tutto ciт che si fonda sull'errore. 237-296. Sono trascorsi mille e ottocento anni dal momento in cui (varcвr poi che), nel 79 d.C., sparirono quei popolosi centri abitati (i popolati seggi), sepolti dalla potenza della lava infuocata, e il contadino intento a curare i vigneti, che a fatica la terra ina-
ridita e bruciata dalla lava nutre, timoroso solleva lo sguardo verso la vetta funesta che, per nulla divenuta piщ mite, costituisce dopo tanti secoli (ancor) una tremenda minaccia per lui, per i suoi figli e per i loro modesti averi. E spesso il poveretto dal tetto della sua rozza dimora (ostel villereccio), giacendo, insonne, tutta la notte all'aria
aperta, piщ volte si leva e osserva con attenzione il percorso della temuta eruzione, che si riversa dalle viscere inesauribili del vulcano lungo le sabbiose pendici, e al cui bagliore risplende la marina di Capri, il porto di Napoli e Mergellina. E se vede avvicinarsi il corso della lava, o se nel fondo del pozzo di casa ode l'acqua ribollire (segno di
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un'imminente eruzione) sveglia in fretta i figli e la moglie e fugge via con quante delle loro cose possono afferrare, e fuggendo vede di lontano la dimora abituale e il piccolo campo, sua unica difesa dalla fame, preda della lava incandescente, che giunge crepitando, perchй arde tutto ciт che trova sul suo cammino, e inesorabile si distende solidificandosi sulla Casa e sul campo. La morta Pompei torna alla luce del sole (al celeste raggio) dopo un lungo abbandono (gli scavi incominciarono nel 1748), come uno scheletro sepolto, che l'aviditа di impadronirsi di tesori o il desiderio di rendere onori piщ degni disseppellisce; dall'antica e deserta piazza di Pompei il visitatore (il peregrino), in piedi tra le file dei colonnati spezzati, da lontano contempla le due vette del Vesuvio (il Vesuvio e il monte Somma) e la cresta fumante che ancora minaccia i ruderi della cittа, disseminati intorno. E nell'orrore della notte profonda, attraverso i vuoti teatri, attraverso i templi in rovina e le case distrutte, dove il pipistrello nasconde i suoi nati, corre il bagliore della lava portatrice di morte, come una terribile fiaccola (face), che fosca si aggira tra i vuoti palazzi, e di lontano nell'oscuritа rosseggia e illumina con la sua luce sinistra i luoghi delle antiche rovine.
260 fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, desta la moglie in fretta, e via, con quanto di lor cose rapir posson, fuggendo, vede lontano l'usato suo nido, e il picciol campo, 265 che gli fu dalla fame unico schermo, preda al flutto rovente, che crepitando giunge, e inesorato durabilmente sovra quei si spiega. Torna al celeste raggio 270 dopo l'antica obblivion l'estinta Pompei, come sepolto scheletro, cui di terra avarizia o pietа rende all'aperto; e dal deserto foro 275 diritto infra le file dei mozzi colonnati il peregrino lunge contempla il bipartito giogo e la cresta fumante, che alla sparsa ruina ancor minaccia. 280 E nell'orror della secreta notte per li vacui teatri, per li templi deformi e per le rotte case, ove i parti il pipistrello asconde, come sinistra face 285 che per vуti palagi atra s'aggiri, corre il baglior della funerea lava, che di lontan per l'ombre rosseggia e i lochi intorno tinge. Cosм, dell'uomo ignara e dell'etadi 290 ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno dopo gli avi i nepoti, sta natura ognor verde, anzi procede per sм lungo cammino che sembra star. Caggiono i regni intanto, 295 passan genti e linguaggi: ella nol vede: e l'uom d'eternitа s'arroga il vanto. E tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, 300 anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco
Cosм ignara dell'uomo, delle etа che egLi Chiama antiche e del succedersi delle generazioni, la natura rimane sempre giovane, anzi avanza cosм lentamente nel
suo interminabile cammino che sembra ferma. Cadono i regni, passano le genti e i loro linguaggi: ella neppure se ne accorge, e l'uomo ritiene di essere eterno.
297-317. E tu, o flessibile ginestra, che abbellisci queste campagne prive di vegetazione con i tuoi cespugli profumati, anche tu presto sarai sopraffatta
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giа noto, stenderа l'avaro lembo
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su tue molli foreste. E piegherai
305 sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
310 con forsennato orgoglio inver le stelle,
nй sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piщ saggia, ma tanto
315 meno inferma dell'uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.
dalla lava incandescente che arde dentro il vulcano e che, ridiscendendo per lo stesso pendio, distenderа sui tuoi cespugli l'avida coltre. E piegherai sotto il
suo peso mortale, senza opporre resistenza (non renitente), il tuo capo innocente; ma senza averlo fino ad allora piegato supplicando codardamente
e inutilmente (indarno) il vulcano (futuro oppressore) perchй ti risparmiasse; ma senza averlo sollevato con folle superbia verso il cielo, con un atteggia-
mento di superioritа, nй verso le aride pendici dove non per tua volontа, ma per caso, avesti dimora e natali; ma tanto meno insensata e meno debole
dell'uomo, poichй non credesti le tue deboli stirpi rese immortali dal fato o dalle tue imprese.
Analisi e interpretazione La struttura del canto Il tema, suggerito dal paesaggio desolato e lavico del Vesuvio, и quello della lotta
dell'uomo contro la natura: da un lato la tormentata morfologia vulcanica, evocatrice di morte, dall'altro la natura «genti-
le» della ginestra, che consola con la sua presenza quel deserto pietrificato.
Desolazione e consolazione Apostrofe al secolo «superbo e sciocco» La solidarietа fra gli uomini
I nuclei tematici Nella prima strofa i versi 1-36 descrivono il paesaggio di rovine delle pendici del Vesuvio e poi delle contrade di Roma dove fiorisce la ginestra, che con il suo profumo, segno di vita, si contrappone all'ariditа e alla solitudine di quei luoghi: essa abbellisce le desolate lande, и compagna di fortune abbattute, и gentile e mostra compassione per le sciagure altrui. Dal verso 37 inizia la polemica nei confronti di quanti esaltano la condizione umana e celebrano la civiltа e il progresso. Vengano costoro su queste pendici ­ li invita con amara ironia il poeta ­ a constatare con i propri occhi quanto il genere umano stia a cuore alla natura amorosa, a vedere in questi luoghi le magnifiche sorti e progressive dell'umanitа. Nella seconda strofa il poeta si rivolge al suo secolo presuntuoso e stolto (il XIX), che ha abbandonato il sentiero del pensiero laico e razionale ­ aperto dal Rinascimento e percorso fino a tutto il Settecento (con gli illuministi) ­ e, rivolti indietro i passi, chiama progresso questo retrocedere (la polemica и nei confronti delle ideologie romantiche spiritualistiche e cattolico-moderate, per esempio di Gioberti e Manzoni, che respingendo il pensiero razionalista ripropongono il ritorno alle dottrine del passato). Nella terza strofa Leopardi definisce la vera nobiltа spirituale: magnanimo e nobile (generoso ed alto) и l'uomo che ha il coraggio intellettuale e la forza d'animo di riconoscere apertamente e senza vergogna la veritа della propria infelice condizione, che si mostra grande e forte nel soffrire e non incolpa delle sue disgrazie gli altri uomini, ma le attribuisce alla natura. Ed essendo consapevole che l'umanitа fin dalle origini si и unita in societа contro il comune nemico, la natura, considera tutti gli esseri umani suoi fratelli e li abbraccia tutti, porgendo e ottenendo un valido aiuto nei pericoli della lotta comune.
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Lo scorrere del tempo La ginestra allegoria della dignitа umana
I nuclei tematici Dopo le immagini desolate della quarta e della quinta strofa, nella sesta il poeta sviluppa il contrasto tra la mutevolezza del tempo per l'uomo e l'immutabilitа della natura, e lo fa attraverso due motivi poetici: quello del villanello che scruta sempre timoroso la cima del Vesuvio, e quello delle colonne spezzate di Pompei, attraverso le quali si scorge il sinistro bagliore della lava. Anche se sono passati millenni dalla distruzione di quell'antica cittа, la natura incombe sempre minacciosa, incurante dell'uomo, delle etа e del succedersi delle generazioni: essa resta sempre giovane e vigorosa, anzi nelle sue azioni procede con tale lentezza da sembrare ferma e immutabile. E tuttavia l'uomo (quello inconsapevole, non nobile) resta convinto d'essere eterno. Nell'ultima strofa ritorna l'immagine iniziale della ginestra, che abbellisce i luoghi desolati con i suoi cespugli profumati, che se sopraffatta di nuovo dalla lava piegherа il capo senza opporre resistenza, accettando con umiltа e dignitа il proprio destino, e che per questo и tanto meno insensata dell'uomo, poichй non ha mai pensato d'essere immortale.
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La morale della solidarietа: un pessimismo «combattivo» La morale leopardiana di solidarietа sociale (vero amor) rivela un pessimismo non rassegnato ma combattivo di fronte alla dura legge dell'esistenza. Il poeta, opponendosi al conformismo imperante tra gli intellettuali, che si rifugiano in illusioni politiche o religiose, ribadisce il valore della ragione: essa, dinanzi al potere distruttivo della natura e del tempo, fornisce agli uomini uno strumento di consapevolezza ­ anche se tragica ­ della veritа del loro nulla. Orgoglioso della propria nobiltа spirituale (Non io / con tal vergogna scenderт sotterra..., vv. 63-64; Nobil natura и quella..., v. 111) e del proprio ruolo di intellettuale, il poeta testimonia il vero (l'insignifican-
za del genere umano, la sua piccolezza e marginalitа nel cosmo) e diffonde l'idea utopistica di una fraternitа su cui costruire una societа nuova contro la vera nemica, la natura. Lirica e argomentazione La lirica presenta una grande varietа di toni (lirico-emotivi, riflessivi, polemici, sarcastici, esortativi); il lessico accosta termini comuni ad altri illustri e solenni; i periodi sono prevalentemente ampi e complessi, con sfasature tra metro e sintassi, per sottolineare il tono sarcastico (per esempio: A queste piagge / venga colui che d'esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto / и il gener nostro in cura / all'amante natura. E la possanza / qui con giusta misura / anco
estimar potrа dell'uman seme, vv. 37-43). L'opposizione all'idealismo e allo spiritualismo religioso si esprime anche nel procedimento argomentativo: l'uso frequente di avverbi di tempo e di luogo (qui, or, quaggiщ) o di aggettivi e pronomi dimostrativi (questo, questi, queste) accompagna le varie argomentazioni ricavate dall'osservazione concreta della realtа e non da premesse teoriche astratte. L'antitesi tematica tra l'ariditа del deserto e il profumo della ginestra и espressa da parole con suono aspro (cosparsi, ceneri, ricoperti, impietrata, passi, peregrin, risona, contorce, serpe, cavernoso) e da altre con suono dolce e musicale (dove tu siedi, o fior gentile... / ...al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo / che il deserto consola, vv. 34-37).
Attivitа 1. L'immagine iniziale della ginestra Quale funzione il poeta attribuisce alla ginestra nei versi 33-51? 2. Il secolo «superbo e sciocco» Sofferma la tua attenzione sui versi 52-86 e rispondi alle seguenti domande. a. Nei confronti di chi и diretto il sarcasmo del poeta? b. Perchй Leopardi definisce superbo e sciocco il proprio secolo? c. Perchй egli non intende unirsi al coro degli intellettuali ottimisti?
3. L'uomo e la Natura «matrigna» Spiega quale atteggiamento morale e intellettuale deve assumere l'uomo dall'animo generoso ed alto (v. 88), constatando la propria infelice condizione causata dalla natura «matrigna». 4. Il pessimismo combattivo Perchй nel corso della lirica emerge un pessimismo combattivo del poeta nei confronti della natura? 5. L'immagine finale della ginestra La ginestra, nй sottomessa dinanzi alla
natura nй insensatamente orgogliosa, и pronta ad affrontare la catastrofe e a soccombere alla lava. Spiega il significato di questa immagine della strofa conclusiva. 6. Saggio breve Per approfondire l'argomento Verso «Natura e pessimismo» nella l'esame produzione leopardiana sviluppa il saggio breve a p. 1245 utilizzando le indicazioni fornite su Canto notturno e La ginestra.
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G Leopardi

File: la-ginestra-o-il-fiore-del-deserto.pdf
Author: G Leopardi
Published: Thu May 21 11:59:43 2009
Pages: 8
File size: 0.4 Mb


Zack's Alligator, 7 pages, 0.14 Mb

Quiet City, 2 pages, 0.21 Mb

Cultural criminology, 2 pages, 0.01 Mb

Poems, 1799, 93 pages, 0.13 Mb
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