L'Agnese va a morire, R Viganò, S Vassalli

Tags: la gatta, Palita, provincia di Ravenna, Percorso letterario, Agnese, Renata, bicchiere di vino, campi di lavoro
Content: Renata Viganт L'AGNESE VA A MORIRE 1949
Percorso letterario de L'Agnese va a morire a cura di Rosaura Galbiati Dopo l'8 settembre 1943, la notizia dell'armistizio che i rappresentanti del re avevano firmato con gli Alleati, ha come effetto immediato lo sgretolamento dell'esercito italiano: molti soldati finiscono nei campi di lavoro tedeschi, molti abbandonano i reparti. Inizia la lotta clandestina della Resistenza. Le vicende narrate nel libro, che ha per protagonista una contadina di mezza etа, si svolgono tra la provincia di Ravenna e quella di Ferrara, nel periodo che va da settembre 1943 fino alla primavera del 1945, alle soglie della Liberazione. Salvare un soldato sbandato Qualcuno di fuori bussт alLa Porta della cucina, e l'Agnese spense il lume ed aprм. Era la Minghina eccitata ed ansante: ­ Dovete subito mandar via quel soldato. Le mie figlie hanno detto che sono arrivati molti tedeschi in paese. Se trovano dei disertori portAno VIa anche quelli che li hanno nascosti ­. L'Agnese l'interruppe: ­ Quante storie. In casa mia tengo chi voglio. I tedeschi non c'entrano ­. Dalla strada veniva un rumore sordo di carri, un rombo di camion fermi col motore acceso, e delle voci forti, aspre come fruste. ­ Sentite? ­ disse la Minghina. ­ Le mie figlie hanno detto che torna su il fascismo, e tutti quelli che hanno fatto festa il 25 luglio li porteranno in Germania. Mandate via quel soldato ­. [...] S'appoggiт col suo grosso corpo al battente, chiuse fuori la Minghina con un colpo. Riaccese il lume, stette un poco a pensare, guardando il soldato che dormiva su un materasso. S'era levato soltanto la giubba e le scarpe, ed era lа disteso con la faccia in giщ, fermo e duro come se fosse morto. La gatta nera gli girava intorno con le sue zampe caute, gli leccт la piaga che aveva in un piede [...] L'Agnese disse: ­ Via! ­ e la gatta scappт nella camera vicina, dove c'era il respiro forte di Palita. [...] Appena si fece giorno, l'Agnese si vestм, preparт la colazione sulla tavola, svegliт il soldato, gli disse di partire subito, che c'erano i tedeschi in paese. Lui andт a lavarsi al pozzo e intanto l'Agnese portт a Palita la sua tazza di latte caldo. La porta era aperta sull'aia. Un gran silenzio occupava la campagna, un'aria bianca di settembre senza sole. Qualcuno arrivт correndo coi piedi scalzi, era un ragazzo che abitava piщ lontano, verso la valle. Senza fermarsi disse: ­ I tedeschi. Vengono qui ­. Il soldato diventт pallido, si mise in fretta la giubba e le scarpe. L'Agnese gli diede del pane: ­ Vai per questo sentiero. Piщ avanti c'и un fosso grande sotto l'argine. Nasconditi lа. Stasera ritorna. Ti troverт un vestito da borghese ­.
Il rastrellamento Un piccolo camion sbucт dalla cavedagna, frenт sull'aia, i tedeschi saltarono a terra. L'aia, la campagna, il mondo furono guastati dai loro aspetti meccanici disumani, pelle, ciglia, capelli quasi tutti di un solo colore sbiadito, e occhi stretti, crudeli, opachi come di vetro sporco. I mitra sembravano parte di essi, della loro stessa sostanza viva. Erano otto soldati e un maresciallo. Andarono verso la Casa. Il sottufficiale aveva in mano un foglio rosa. Disse: ­ Ottavi Paolo?­ ma l'accento deformт il nome, che parve una parola tedesca. Palita non lo capм, e stava sulla porta, tirandosi su i pantaloni. ­ Rispondere, ­ urlт il maresciallo. Dove essere Ottavi Paolo? ­ Palita rispose: ­ Sono io ­ . Dietro di lui apparve la faccia dura e spaventata dell'Agnese ­ Qui disertori, soldati italiani? ­ domandт il tedesco. Fece per entrare, ma l'Agnese gli sbarrava la porta, e lui la urtт leggermente, passando, col calcio del fucile. Guardт in cucina, nella stanza, mentre i soldati cercavano nel fienile, nel pollaio, nella stalla. L'Agnese e Palita stavano stretti contro il muro e li seguivano con gli occhi [...] ­ Voi Ottavi Paolo venire con noi, ­ dichiarт finalmente il tedesco. L'Agnese gli andт incontro: s'era come svegliata, camminava viva e pesante come quando decideva di compiere un'insolita fatica. ­ Dove lo portate? ­ chiese con severitа. ­ Che cosa vi ha fatto? ­ Il maresciallo rispose: ­ Arbeiten. Lavoro, ­ e le voltт le spalle. L'Agnese lo afferrт per un braccio, lui indietreggiт, liberandosi con uno strappo. ­ И malato, ­ disse l'Agnese. ­ Non puт lavorare. ­ Raus! ­ comandт il tedesco impaziente. [...] Palita aveva preso la giacca e il cappello, e andava verso il camion in mezzo a due soldati. L'Agnese gli corse dietro, gli strinse le braccia intorno al collo. Uno dei tedeschi tentт di staccarla, ma lei lo scostт con una spinta. Allora il soldato le appoggiт il fucile alla schiena ... Pallido e tremante Palita si allontanт. Teneva la testa girata indietro e diceva: ­ Sta' buona Agnese, sta' buona. Se no и peggio. Bada alla casa, sta' attenta al maiale che non te lo rubino ­ [...] Sentм avviare il motore, il camion si mosse. Lei si mise a correre [...] trascinava nella corsa la sua grossA persona col battere del suo cuore affannato ... lui era lа sul camion col suo aspetto amato e giovanile, fra i fucili e le facce tedesche che ridevano. ­ Fermati Agnese, ­ le gridт. ­ Mi raccomando la gatta [...]­. Furono le ultime parole che lei intese: le altre se le portт via il motore che rombava sempre piщ forte. Tornт a casa strascicando i piedi, sedette in cucina per farsi passare il batticuore. Guardava intorno sperando che fosse come quando di notte si sta per cadere da una montagna e ci si sveglia nel letto. Chiudeva gli occhi e li apriva per rivedere Palita curvo sui suoi mucchi di vimini; e vedeva solo la gatta nera, diritta e desta al suo posto sull'angolo della credenza. Comincia una vita diversa Seguм il sentiero sull'argine fino al fosso che vi passava sotto. Il soldato non c'era. Riconobbe dall'erba pesta il luogo dove doveva essersi seduto, per tante ore, guardando verso la casa con la paura dei tedeschi. "Poi и partito, ­ pensт l'Agnese, ­ anche vestito da militare per tornare al suo paese: con gli aeroplani, la confusione per le strade,
nessuno gli avrа badato. E adesso и a casa, con sua madre. Bussa alla porta, e sua madre apre e lo vede. E intanto Palita l'hanno portato via i tedeschi". [...] La sera veniva giщ fresca sull'umiditа scura della campagna, la prima di tutte le sere senza Palita. Il mondo sembrava un altro, nuovo, estraneo, dove lei non avrebbe piщ lavorato: le diventava inutile la sua vecchia forza di contadina. Ma non malediceva il ragazzo disperso che cercava la via di casa, nй si rammaricava di averlo aiutato. Lui non aveva colpa: soffriva delLa guerra, aveva fame e sonno, era giusto dargli da mangiare e da dormire. Nasceva invece in lei un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedesChi Che facevano da padroni, verso i fascisti servi, nemici essi stessi tra loro, e nemici uniti contro povere vite come la sua, di fatica, inermi, indifese. [...] Tornт a casa in tempo per dare la broda al maiale. Trovт la gatta che dormiva in mezzo al letto disfatto, arrotondata sulla camicia di Palita. [...] Vennero a trovarla tre uomini che abitavano a poca distanza dal paese [...] ­ Voi certo sapete che Palita и del nostro partito [...] и un bravo compagno. Faceva molto per noi ­. L'Agnese lo interruppe: ­ Se c'и qualcosa che posso fare io [...] ­ Arrossм, come se si fosse azzardata a dir troppo, e si strinse il fazzoletto sotto il mento: ­ Chissа se sarт buona, ­ aggiunse. Allora le spiegarono che cosa avrebbe dovuto fare, e lei diceva di sм, meravigliata che fossero cose tanto facili. Si vedeva che era contenta, che prendeva coraggio. Si attentт anche a suggerire qualche suo parere e i compagni l'approvarono [...] ­ Perт state in gamba. Se "loro" vi pescano, ci rimettete la pelle [...] E invece Palita deve ritrovarvi, quando ritornerа ­ [...] ­ Io non mi farт prendere da "loro", ma Palita non ritornerа ­. [...] Le lacrime le segnarono due righe sul viso largo ed immobile; se le asciugт con le punte del fazzoletto, indispettita di farsi vedere piangere. "Spie e traditori" Al mattino presto si mise le scarpe, il paltт da inverno che la faceva sembrare ancora piщ grossa, e infilт la sporta piena nel manubrio della bicicletta. Partм ondeggiando paurosamente sul terreno gelato [...] La strada fu molto difficile e pesante. L'Agnese dovette scendere spesso e portare a mano la bicicletta che s'arenava nel fango. Fece poi tutto a piedi il tratto nei campi dietro l'argine per evitare il ponte. S'avventurт traballando sulla passerella e prese la bicicletta in spalla. A metа credette di cadere nel fiume, le assi oscillavano, e la corrente rapida sotto di lei le faceva girare la testa. Riuscм a star dritta, a raggiungere la riva; trascinт ancora la bicicletta su per la salita dura dell'argine, poi giщ dall'altra parte. Finalmente fu di nuovo sulla strada. Aveva perduto molto tempo: la chiesa del paese suonava mezzogiorno. Almeno cosм le parve. Quando fu piщ vicina, invece si accorse che era una campana a morto [...] Sulla piazza c'era un gruppo di gente: stavano stretti, uniti, e guardavano tutti da una parte, guardavano tutti lа in fondo a un grande albero nudo, a cui era appeso un impiccato. Lungo, inverosimile, pareva di legno: aveva le punte dei piedi, enormi, stese verso terra, e attaccato al petto un cartello grande, bianco. Intorno all'albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati delLa Guardia nazionale repubblicana. Ridevano e battevano il
passo per riscaldarsi. Uno di essi con un bastone, si mise a dare dei colpi regolari alle ginocchia del morto che oscillava in qua e in lа con lo stesso ritmo della campana. E gli altri, in coro, gridavano: ­ Don, don, don [...] I tedeschi cantarono un inno nella loro lingua, poi "Giovinezza" insieme ai fascisti. Alla fine uno di essi gridт, con voce alta e lacerata, quasi femminile: ­ Noi questo fare a spie e traditori, ­ e sparт in aria una raffica di mitra. Una donna del gruppo fece un passo, si rovesciт per terra svenuta, floscia come uno straccio. Rimase lа nera, nel fango; tutti si guardavano con incertezza, non si azzardavano a soccorrerla [...] L'Agnese si fece indietro piano piano tirando la bicicletta, entrт nel vicolo fra due case. Ma prima riuscм a stento per la distanza, a compitare la parola in grande sul cartello dell'impiccato. C'era scritto: " partigiano". Una brutta notizia Il figlio di Cencio era uno di quelli che i tedeschi avevano portato via con Palita [...] ­ Se passo un'altra notte fuori, muoio. Sono scappato dai tedeschi e non voglio morire di malattia ­. L'Agnese gettт sul focolare una bracciata di canne: subito la fiamma si levт alta e azzurra. Lei disse: ­ Sei scappato tu solo? ­ pareva che avesse paura a nominare Palita. ­ Come hai fatto? Raccontami. [...] L'Agnese ascoltava con una specie di gioia fredda: era contenta che lui dicesse: ­ Eravamo, avevamo, ci chiusero ­. Quel plurale includeva anche Palita. Fino a quel momento del racconto Palita era ancora vivo. All'improvviso si vergognт per non aver chiesto subito direttamente notizie del marito, come avrebbe fatto chiunque altra. Pensт: "Sono matta". Disse in fretta: ­ Io so che Palita и morto. Dimmi come и morto, ­ e si sentм rispondere, come un colpo che le avessero dato al cuore: ­ Lo sapete? Chi ve lo ha detto? ­ Allora le scoppiт un pianto alto, spaventato; credeva di essere giа certa della disgrazia, e invece solo adesso sentiva che era proprio vero. Prima lo pensava per difendersi dalla speranza, per una specie di inganno istintivo a se stessa; poter dire un giorno: "Mi sono sbagliata". Il figlio di Cencio rimase confuso, senza capire molto. ­ Allora non lo sapevate, ­ disse con dispiacere. ­ Io ero venuto per dirvelo, ma non mi azzardavo. Sono brutte notizie da dare, queste ­. [...] Macchinalmente allungava le mani sul fuoco, poi le ritirava accorgendosi che erano anche troppo calde. Mormorava: ­ Fatevi coraggio ­. Non era piщ buono di aggiungere altro. L'Agnese, sempre piangendo, ma piano, con lacrime grosse e calme, andт a versargli un bicchiere di vino, glielo porse, poi cercт in tasca il fazzoletto, non l'aveva, e s'asciugт la faccia col grembiule. Disse: ­ Devi raccontarmi tutto: come и morto e dove и seppellito. Proprio le cose come sono ­. [...] Lui riprese a parlare con timidezza: ­ Mi dispiace che non posso dirvi che ora era, e nemmeno il giorno che и morto. Non so neppure, con quel buio maledetto, se fosse sera o mattina o notte. Ma sono sicuro che non si и accorto di niente, non ha fatto fatica a morire ­. Si arrestт un momento ed aggiunse: ­ Facemmo piщ fatica noi a stare al mondo. Contribuire alla lotta clandestina Non lavava piщ il bucato, appunto per non lavorare per i tedeschi e per
i fascisti. [...] Poco dopo la notizia della morte di Palita, la mandт a chiamare il segretario del fascio. Avevano bisogno di una lavandaia per la roba dei tedeschi. Lei disse che era ammalata, non poteva fare nessuna fatica [...]. Da quando aveva saputo che era morto, Palita se lo sognava tutte le notti, sempre lo stesso sogno, come una presenza viva. Lui entrava, si sedeva ai piedi del letto, l'Agnese gLi Chiedeva consigli, aiuto per le cose difficili che doveva compiere. [...] Palita era ottimista: ­ Sta' tranquilla, ­ rispondeva, ­ non succederа niente. Vi salverete tutti, te e i compagni ­. Di sй diceva che era contento, stava in un posto molto bello, non aveva piщ bisogno di niente. Lei si svegliava consolata, con una fiducia testarda. Non aveva dubbi, nй scrupoli religiosi: credeva poco in Dio, non andava mai in chiesa. Quei tiepidi sogni di vecchia non le destavano nessun turbamento o richiamo ad un'altra vita, una vita dei morti, soprannaturale, al di fuori della terra. Era soltanto Palita, trasferito per sempre in un luogo distante, che veniva a trovarla, e non poteva che in sogno: ma umano, vicino, il solito Palita dei suoi tanti anni passati con lui, senza ardore, con un bene pacifico, profondo, attivo, un bene anche da madre. [...] Ai compagni non diceva nulla, per una specie di freddo pudore: ma tutti i suoi atti divennero precisi, misurati. Il suo contributo alla lotta clandestina prese il carattere di un lavoro costante, eseguito con semplicitа, con disciplina, come fosse sprovvisto di pericolo. Temeva soltanto di non fare abbastanza, di non riuscire a comprendere, di sbagliare a danno di altri. Era contenta quando le dicevano "brava", come una scolara promossa. Ammazzare un tedesco Faceva dei pensieri inutili, staccati, che si accendevano e si spegnevano subito. Ma non riusciva a fermare la mente su quello che aveva compiuto. Era stata una missione che le somigliava tanto poco, che era venuta dal di fuori, come il comando di un estraneo. Adesso se la trascinava dietro come un peso, un fagotto scuro, e aveva voglia di svolgerla, di rivederla, ma non ne era capace. Sapeva bene invece che cosa le restava da fare, e aveva fretta, camminava con i piedi stanchi nelle ciabatte, fra i cespugli e i gambi neri delle canne, bisognava che avvertisse al piщ presto i partigiani, che andassero via subito, che certo i tedeschi avrebbero fatto dei rastrellamenti, delle rappresaglie. Ogni tanto le arrivava un brivido giщ per la schiena, se pensava di non arrivare in tempo. I "ragazzi" potevano essere presi, ed era colpa sua, per aver fatto "quella cosa". Allora la sua larga faccia si riempiva di sudore, e lei cercava di andare piщ svelta, ma era grassa, pesante: ansava. [...] L'Agnese sbucт dal sentiero di fianco alla casa [...] L'uomo venne avanti col mitra, la riconobbe, abbassт la canna [...] ­ Sono io, Clinto, ­ disse chiamandolo col nome di battaglia. ­ Bisogna svegliarli tutti, che si preparino, e andar via subito. ­ Che cosa и successo? ­ domandт Clinto. ­ Chi vi manda? ­ Nessuno, ­ rispose l'Agnese che adesso aveva il respiro calmo. ­ Sono stata io. Ho ammazzato un tedesco. Nell'accampamento Coi primi lavori nell'accampamento, L'Agnese sentм perdersi in lei
quel senso di precarietа che l'aveva tenuta sospesa dal primo passo della sua fuga. Rinasceva l'abitudine alla vita, aveva fame, sete e sonno, come gli altri. [...] Quando vide Gim che tirava fuori le pentole, ridivenne donna di casa. Si mise in una capanna, e appese gli utensili di cucina ai pali sporgenti; i piatti e i bicchieri li dispose in fila sulle cassette. Poi riordinт tutta la roba da mangiare, rialzт i sacchi di farina e di pasta con delle pietre perchй non prendessero umiditа, tese un filo di ferro da una parte all'altra, e vi attaccт le salsicce e i salami. Clinto portт una panca zoppa perchй servisse da tavola, riuscirono a farla stare in piedi appoggiata in un angolo. La capanna acquistт un'aria di abbondanza. [...] Sebbene avesse passato la notte in piedi, non si sentiva stanca, neppure quando si rifece buio. I partigiani invece, esauriti i lavori, dati i turni di guardia,spegnevano ad uno ad uno le parole nell'oscuro riparo del sonno. [...] L'Agnese stava seduta davanti alla porta, e ascoltava, aspettando di avere proprio sonno per mettersi giщ. Le avevano lasciato un po' di paglia raccolta qua e nelle capanne, un letto abbastanza soffice; ma lei era grassa, provava un po' di difficoltа a star distesa sveglia. Poi era la prima notte, da quando, con lo stesso gesto violento, aveva spaccato la testa al tedesco e diviso in due la sua vita. La prima parte, la piщ semplice, la piщ lunga, la piщ comprensibile, era ormai di lа da una barriera, finita, conclusa. Lа c'era stato Palita, e poi la casa, il lavoro, le cose di tutti i giorni, ripetute per quasi cinquant'anni: qui cominciava adesso, e certo era la parte piщ breve; di essa non sapeva che questo. Vita da partigiani Di giorno i partigiani dormivano, mangiavano, si distendevano al sole. Il sole era sempre su di loro, bruciava la schiena, anneriva le facce, pesava come un carico sulle spalle. La terra, le canne, la legna secca si riempivano di calore, tutto rimaneva caldo e arido anche dopo il tramonto, fino a quando cominciavano a svolgersi i veli sottili della nebbia di notte, sulla ferma umiditа dei canali. Si sentiva a allora l'odore morto degli stagni, odore di muri marci, di stracci bagnati, di muffa, come nelle case dei poveri. Erano sere di luna piena, non belle per le azioni. [...] I partigiani rientravano al campo, mettevano le armi nella capanna dell'albero, i sacchi di frumento in cucina, il conto dei morti nella memoria, e si facevano fare il caffи dall'Agnese. Poi si sdraiavano sui loro letti di terra, uguali in casa e fuori, con la testa sul rotolo della coperta. Dormivano aspettando le visite, si svegliavano per mangiare, e tornavano a dormire. Verso sera cantavano, con voce bassa, perchй nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco piщ del fruscio delle canne, un po' di vento piщ forte in mezzo alla valle. [...] La staffetta portava all'accampamento il pane, il vino, gli ordini, le circolari, la stampa, le notizie da radio Londra. Le notizie erano sempre le stesse:"Continua la vittoriosa avanzata delle nostre truppe. Su tutto il fronte scontri di pattuglie", e voleva dire che non avevano fatto niente. "Gli scali ferroviari di X [...] martellati", e voleva dire che gli aerei avevano distrutta una mezza cittа. [...] Agosto portт il primo temporale [...] L'Agnese si sentiva male, e se ne meravigliava, lei che non conosceva nй malattia nй medicine. Seduta sulla panca
zoppa dentro la capanna, immaginт di essere per morire, che il cuore si arrestasse come una macchina inceppata. Le dispiaceva per quel suo grande corpo pieno di carne, che sarebbe rimasto lм, ingombrante, e per la buca fonda che i compagni avrebbero dovuto scavare: una fatica dura con quel caldo e la terra tanto asciutta. Pensava all'inutilitа dei cadaveri, che bisogna vegliare, lavare, seppellire. Sarebbe bello che la morte li disfacesse, come distrugge i sensi, la ragione, la coscienza, la forza dell'individuo, quando uno muore non dovrebbe rimanere niente di lui, una nuvola, un respiro, e il posto vuoto dove и caduto. Madre senza retorica Si levarono urli di donne [...] e una fiamma alta, prima chiara, poi rossa, che si spiegт contro il cielo [...] Col binocolo l'incendio si vedeva bene: erano proprio le case dell'argine che bruciavano. Fatte di assi, fecero un falт che durт poco. Si quietarono anche le voci fruste dei tedeschi. [...] La Rina tremava, andava dall'uno all'altro dei partigiani di guardia, si consolava perchй le facevano coraggio. L'Agnese invece stava zitta e ferma, pensava: "Ecco, qui adesso и finito. Stasera и stato l'ultimo pranzo". Lei lo sapeva che questa vita non era fatta per durare. Stavano insieme da tanto, avevano eseguito molte belle azioni, e mai niente era accaduto, nй morti nй feriti, nй malati nй traditori: un tempo fortunato. Ma in guerra i tempi fortunati sono brevi, dopo cominciano i guai. Le dispiaceva per la Rina, che era tanto in pensiero, e per il Comandante e per Clinto e per tutti i partigiani. Era stata con loro come la mamma, ma senza retorica, senza dire: io sono la vostra mamma. Questo doveva venir fuori coi fatti, col lavoro. Preparargli da mangiare, che non mancasse niente, lavare la roba, muoversi sempre perchй stessero bene. Neppure loro dicevano molte parole, ma erano contenti, la tenevano volentieri. Se qualcuno per impazienza alzava la voce con lei, gli altri lo sgridavano, e lui non chiedeva scusa, non serve a niente chiedere scusa, ma diventava buono, le parlava con gentilezza. Dopo le sue disgrazie questo era stato molto bello:ma adesso lei lo sapeva che doveva finire. [...] Passarono piano tutte le ore della notte, e lei stava sempre lм zitta e ferma a pensare. Non fu buona a far coraggio alla Rina, anzi le disse, poi, delle cose che la fecero piangere. Il "lavoro della paura" Adesso erano sole nella valle [...] ­ Bisogna passare qui anche questa notte ­ [...] a Rina non rispose niente, ma il suo silenzio fu risentito ed ostile. [...] Avevano anche una coperta: si sdraiarono, se la misero addosso. Col fiume vicino, l'erba era fresca e umida. Mentre stavano cosм distese, per la stanchezza di tanti passi, le gambe si muovevano, davano delle scosse improvvise [...] Cominciarono a percepire un rumore monotono, regolare, brum brum, brum; il rumore di soldati in marcia. Veniva di lontano, si faceva sempre piщ forte, era al di lа del fiume, sulla strada. Di colpo si fermт [...] Una figura bruna comparve sull'argine, un'altra, un'altra, tantE. Tanti soldati tedeschi sull'argine. Si vedevano neri contro il cielo meno nero, si riconosceva la forma degli elmetti, il gesto del braccio che teneva il fucile. ­ Non ti
muovere, ­ sussurrт l'Agnese, sotto la coperta. [...] Li distinguevano bene, diritti, fermi a una distanza di qualche metro l'uno dall'altro, una distanza precisa, che pareva misurata. Non avevano niente che spaventasse, niente di vivo, parevano pali. Poi sparirono: ma non erano andati via, si distendevano uno per uno a terra, non si vedevano, ma stavano lм nella notte, e quella loro invisibile presenza era una paura pesante che riempiva l'aria, il cielo: la loro stessa paura che li faceva feroci. ­ Che cosa fanno? ­ chiese la Rina, tremante. Sparavano: cominciarono a sparare contro la valle, lontano, coi fucili mitragliatori. [...] L'Agnese immaginava l'arrivo dei proiettili laggiщ, sul sentiero, sulle capanne, nel canneto: ma era cosм grande lo spazio che ci voleva un gran lavoro, un lavoro metodico di operai, proprio come facevano, da sinistra verso destra, spostando il tiro di poco, e sparando piщ indietro, piщ avanti, su una stessa riga, come se aprissero le stecche di un ventaglio perchй tutta la valle risultasse battuta. [...] "Un lavoro inutile, ­ pensava l'Agnese, ­ un lavoro della paura". Resistenza L'estate finiva sulla campagna impolverata, i giorni erano piщ corti, le notti di facevano fredde. L'Agnese dormiva bene nel letto che le avevano dato, dormiva dei lunghi sonni beati, e quelli della famiglia andavano in punta di piedi per non svegliarla. [...] La casa era silenziosa e pulita, si sentiva soltanto il rombo duro del fronte, e gli scoppi delle bombe quando gli aerei bombardavano i ponti e le strade. [...] Walter e i suoi lavoravano tutti per la "resistenza", lui dirigente politico del paese, sua moglie e sua figlia staffette, sua cognata infermiera della brigata, e perfino il suo figlio minore, un bimbo di dodici anni, serviva a portar roba in giro, roba da farsi fucilare sul posto, se la trovavano i tedeschi. Ed erano tutti puliti e silenziosi come la loro casa, una piccola compagnia disciplinata, agli ordini del capo. Possedevano un bel podere che dava da vivere largamente, e l'orto e il frutteto e le mucche e il pollaio; non avevano bisogno di nulla e di nessuno, avrebbero potuto starsene sicuri nel loro angolo appartato, badare agli affari, curare gli interessi, far quattrini con la borsa nera, e invece rischiavano la pelle tutti i giorni: lavoravano per la "resistenza". L'Agnese stava bene con loro ... ritrovava i suoi lavori di una volta, badava al maiale, alle galline, lavava la biancheria. In attesa del Comandante si occupava delle semplici cose che erano state nella sua vita da quando era al mondo, cose di un tempo in cui non conosceva nй il partito nй i tedeschi nй i fascisti. Un fuoco senza fiamme nй fumo La pioggia e la nebbia si cambiarono in neve, il rumore dell'acqua morм in un grande silenzio. La neve veniva giщ dal cielo bianco, si fermava [...] era una cosa pesante, monotona, infingarda, una scusa offerta a chi non aveva voglia di muoversi. [...] I tedeschi stavano intorno ai fuochi delle cucine, scherzavano con le ragazze, si ubriacavano e dormivano [...] Quando erano fuori in quel bagliore bianco e gelido diventavano piщ cattivi ... ma per le strade non c'era quasi nessuno [...] I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con
un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure piщ scialbe e pacifiche. [...] Un fuoco senza fiamma nй fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano. [...] Il comandante aveva proibito all'Agnese di tornare in valle, per paura che si ammalasse. Lei era la responsabile Delle Donne, del magazzino viveri: bisognava che stesse bene, che si riguardasse. Obbediva con fatica, perchй stare chiusa in casa non le piaceva, ma contro un ordine del Comandante non poteva andare. [...] Rivide in quei giorni i compagni dei primi tempi, i vecchi amici di Palita, gli altri che venivano a casa sua quando aveva cominciato a lavorare [...] I partigiani, i loro capi, i loro servizi indispensabili, i loro movimenti di truppa, tutta la vasta organizzazione di un esercito, erano lм, nel territorio, nella zona, vicini, lontani, premevano col peso di un'attivitа costante, sfuggivano al controllo con la lievitа di una presenza invisibile. C'erano e non si conosceva il luogo: comparivano e scomparivano come ombre, ma ombre col fucile carico, col mitra che sparava. Ogni uomo, ogni donna poteva essere un partigiano, poteva non esserlo. Questa era la forza della resistenza. "Cose da uomini" Il Comandante si rivolse all'Agnese: ­ Mamma Agnese, tu riposati e va' a letto presto. Noi dobbiamo andare alle "caserme", staremo lа stanotte, e anche domani. Sono tristi le feste, per i" ragazzi" [...] Buona notte e buon Natale [...] Sola, si sedette presso alla stufa a far la calza. La calza va per conto suo, non rovina i pensieri. E lei pensava a tante cose, muovendo le mani e i ferri senza guardarli. Pensava al Natale dell'anno scorso, sola come questa volta, ma a casa sua. La sera erano venuti i compagni, anche allora non si fece festa, da poco aveva saputo che Palita era morto [...] L'anno prima invece, Palita c'era ancora. Ma l'Agnese non si ricordava niente di speciale. Tutti i Natali della sua vita si assomigliavano, erano quieti, bianchi, un po' tristi: giorni lunghi passati senza lavorare. Faceva anche lei la sfoglia, i dolci: mangiavano in silenzio. Non avevano mai grandi cose da dire. [...] Adesso, invece, potrebbe parlare con Palita. Sapeva molto di piщ. Capiva quelle che allora chiamava "cose da uomini", il partito, l'amore per il partito, e che ci si potesse anche fare ammazzare per sostenere un'idea bella, nascosta, una forza istintiva, per risolvere tutti gli oscuri perchй, che cominciano nei bambini e finiscono nei vecchi quando muoiono. ­ Perchй non posso avere una bambola? ­ Perchй le ragazze dei signori vanno a ballare con un vestito nuovo e io non posso andarci a causa del vestito vecchio? ­ Perchй il mio bambino porta le scarpe solo la domenica? ­ Perchй mio figlio va a morire in Africa e quello del podestа resta a casa? ­ Perchй non potrт avere un funerale lungo con i fiori e le candele? ­ [...] Lei adesso lo sapeva, lo capiva. I ricchi vogliono essere sempre piщ ricchi e fare i poveri sempre piщ poveri, e ignoranti, e umiliati. I ricchi guadagnano nella guerra, e i poveri ci lasciano la pelle. [...] Il partito,
i compagni, tanti uomini, tante donne [...] dicevano che cosм non poteva andare, che bisognava cambiare il mondo, che и ora di farla finita con la guerra, che tutti devono avere il pane, e non solo il pane, ma anche il resto. [...] I fascisti non volevano, e loro ci si buttavano contro malgrado la prigione e la morte. I fascisti avevano fatto venire in Italia i tedeschi, avevano scelto per amici i piщ cattivi del mondo, e loro si buttavano anche contro i tedeschi. La staffetta Il bambino scoppiт a piangere sulla porta, non poteva parlare. Diceva: ­ Il babbo [...] il babbo [...] ­ disperato, con le mani sulla faccia. Gli furono attorno in dieci, ma si calmт solo contro il braccio dell'Agnese. E riuscм a dire che erano venuti la notte quelli della"brigata nera" [...] e il babbo l'avevano portato via [...] ­ Bisogna avvisare il Comandante, ­ disse l'Agnese; e aggiunse, decisa: ­ Vado io. Si preparт a partire, nel silenzio di tutti. Un partigiano le tenne dritta la bicicletta, l'aiutт a salire. Da quando lavorava tanto, il cuore le dava noia, faceva fatica a mettersi in sella. Andт via col ragazzo, e disse "arrivederci" soltanto quando era giа lontano sulla strada e nessuno poteva piщ sentirla. Si fermт un momento alla baracca, vide piangere le donne, le vennero le lacrime agli occhi. Le parve che mancasse tutto, che quel po' di calore di casa che avevano radunato fosse giа disperso, finito. La memoria Tedeschi in giro non ce n'erano, la giornata era grigia e tetra, piena di freddo, di scura aria invernale. [...] Fecero un lungo tratto in silenzio, poi l'Agnese disse: ­ Tu lo credi che la guerra finisca presto? ­ Non so, ­ rispose Clinto. ­ Speriamo. Perchй se non finisce la guerra, finiamo noi. ­ Noi non finiamo, ­ assicurт l'Agnese. ­ Siamo troppi. Piщ ne muore e piщ ne viene. Piщ ne muore e piщ ci si fa coraggio. Invece i fascisti e i tedeschi, quelli che muoiono si portano via anche i vivi. ­ Magari se li portassero via tutti ­ osservт Clinto. L'Agnese disse: ­ Dopo sarа un'altra cosa. Io sono vecchia, e non ho piщ nessuno. Ma voialtri tornerete a casa vostra. Potrete dirlo, quello che avete patito, e allora tutti ci penseranno prima di farne un'altra, di guerre. E a quelli che hanno avuto paura, e si sono rifugiati, e si sono nascosti, potrete sempre dirla la vostra parola; e sarа bella anche per me. E i compagni, vivi o morti, saranno sempre compagni. Anche quelli che non erano niente, come me, dopo saranno sempre compagni, perchй potranno dire: ti rammenti questo e quest'altro? Ti rammenti il Cino, e Tom, e il Giglio, e Cinquecento.. Con quei nomi di morti, si rimisero a parlare di loro, ma non della morte: ne parlarono coi ricordi di prima, come se fossero vivi. L'Agnese muore Il maresciallo gridт ancora; prese la pistola, le sparт da vicino negli occhi, sulla bocca, sulla fronte, uno, due, quattro colpi. [...] Lei piombт in giщ col viso fracassato contro la terra. Tutti scapparono urlando. [...] Il maresciallo rimise la pistola nella fondina, e tremava, certo di rabbia. Allora il tenente gli disse qualcosa in tedesco, e
sorrise. [...] L'Agnese restт sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve. Dalla prefazione di Sebastiano Vassalli all'edizione del 1974 L'Agnese va a morire и una delle opere letterarie piщ limpide e convincenti che siano uscite dall'esperienza storica e umana della Resistenza [...] Ciт che la rende cosм interessante alla lettura, cosм resistente al tempo, и la purezza del dettato, la mancanza di ogni enfasi retorica [...] Quando questo romanzo apparve nel 1949 la situazione politica e culturale italiana non era certo la piщ adatta per un esame sereno di un'operA Letteraria. L'Agnese va a morire si trovт subito al centro di polemiche abbastanza aspre in cui, come era giusto, gli argomenti politici soverchiarono quelli estetici e formali [...] Agnese и la contadina protagonista del romanzo ed и anche un'immagine collettiva, и uno e molti, и soggetto e oggetto del sacrificio, и un personaggio assai reale sotto certi punti di vista ma poi disumano per la sua grandezza, la sua capacitа spinta fino all'assoluto di annullarsi nei fatti e nelle vicende [...] Che cos'и l'Agnese? Ebbene, che a questa domanda ognuno cerchi di rispondere come puт e come vuole. [...] Nota biobibliografica Renata Viganт nacque a Bologna nel 1900 da una famiglia borghese. Ancora giovanissima pubblicт due raccolte di poesie, Ginestra in fiore (Beltrami, Bologna 1912) e Piccola fiamma (Alfieri e Lacroix, Milano 1915). [...] Per aiutare i familiari, dovette interrompere gli studi e lavorare come infermiera negli ospedali.[...] Nel 1933 pubblicт il suo primo romanzo, Il lume spento (Quaderni di poesia, Milano). [...] Durante la guerra prese parte attiva alla lotta clandestina per la Resistenza, e seguм col figlio il marito, comandante di formazioni garibaldine. Dirigente del servizio sanitario di una brigata operante nelle Valli di Comacchio, fu riconosciuta partigiana col grado di tenente. L'esperienza della lotta partigiana и al centro de L'Agnese va a morire, che vinse il premio Viareggio 1949 e venne successivamente tradotto in tredici paesi.[...] Scrisse inoltre i racconti di Arriva la cicogna (Cultura sociale, Roma 1954), i romanzi Una storia di ragazze (Del Duca, Milano 1962 ) e Matrimonio in brigata (Vangelista, Milano 1976) e le prose saggistiche di Mondine (Tipografia Modenese, Modena 1952), Donne della Resistenza ( Steb, Bologna 1955), Ho conosciuto Ciro (Tecnografia emiliana, Bologna 1959). [...] Morм a Bologna nel 1976. Molti sono i recensori de L'Agnese va a morire, tra cui: ­ I. Calvino in "L'Unitа", ed. romana, 4 agosto 1949 ­ F. Calamandrei in "L'Unitа", ed. milanese, 30 agosto 1949 ­ G. De Robertis, in "Il tempo", 15 ottobre 1949 ­ C. Varese, in "La Nuova antologia", giugno 1950 ­ S. Spellanzon, in "Letterature moderne", novembre-dicembre 1961 Hanno scritto dell'Agnese: ­ A. Asor Rosa in Scrittori e popolo, Einaudi, Torino 1976 ­ A. Battistini in Le parole in guerra. Lingua e ideologia dell'Agnese va a morire, Bovolenta, Ferrara 1983

R Viganò, S Vassalli

File: lagnese-va-a-morire.pdf
Title: Microsoft Word - agnesevaamorire.doc
Author: R Viganò, S Vassalli
Author: Massimo Perego
Published: Wed May 16 22:01:44 2012
Pages: 11
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